Nei giorni appena successivi all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, in carica da pochi mesi, tenne un importante discorso per annunciare che il suo governo avrebbe creato un fondo da 100 miliardi di euro da investire della difesa e superato l’obiettivo minimo di impiegare il 2 per cento del proprio PIL nelle spese militari, ribaltando la tradizionale e dimessa prudenza con cui la Germania aveva gestito fino a quel momento la propria politica estera e di difesa. Scholz ottenne estesissime lodi in tutto l’Occidente, e in molti parlarono di una nuova era per la Germania: ora però qualcosa sembra essersi inceppato.

«Sembrava che la Germania avesse finalmente deciso di accettare un ruolo da protagonista nella politica della sicurezza europea», ha scritto di recente il settimanale tedesco Spiegel: «Sei settimane dopo, però, quell’entusiasmo è del tutto evaporato».

In effetti, negli ultimi tempi, il governo di Scholz sembra aver quantomeno rallentato nel suo slancio verso quella che il New York Times aveva definito «una inversione a U nella propria politica estera». Oggi diversi governi e alcune istituzioni europee si dicono insoddisfatte e frustrate nei confronti del governo tedesco e di Scholz, perché il cambiamento annunciato sembra non essersi davvero mai realizzato.

Nelle ultime settimane Scholz si è opposto, in sede di Consiglio Europeo, a una riduzione delle forniture di petrolio e gas naturale dalla Russia: cioè quello che è considerato l’unico strumento a disposizione dei paesi europei per danneggiare efficacemente l’economia russa. Pochi giorni dopo Politico ha scoperto che Scholz aveva di fatto sospeso l’invio di un centinaio di carri armati all’Ucraina ordinato dalla sua ministra degli Esteri Annalena Baerbock, per ragioni non ancora chiarissime. Nel frattempo i funzionari tedeschi nelle sedi europee hanno continuato a frenare sulla concessione all’Ucraina dello status di candidato a entrare nell’Unione Europea, chiesta esplicitamente sia dal governo ucraino sia da gran parte dei paesi dell’Europa orientale.

Diversi paesi europei temono che l’annuncio di fine febbraio di Scholz sia avvenuto sull’onda emotiva dei primi giorni della guerra, e che la Germania stia silenziosamente tornando sui suoi passi: adottando quindi una tradizionale prudenza nella politica estera, specialmente nei confronti dei suoi rapporti con la Russia.