Il caso dell'omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco, continua a generare un'intensa attenzione mediatica. Recentemente, la famiglia della vittima ha intrapreso nuove azioni legali in risposta alla diffusione di contenuti online che hanno riacceso il dibattito pubblico sul caso.
L'avvocato Gian Luigi Tizzoni, rappresentante legale della famiglia Poggi, ha espresso preoccupazione per la natura dei contenuti che circolano su internet, descrivendo la situazione come un 'mercato economico libero senza regole'. Insieme al collega Francesco Compagna, difensore di Marco Poggi, ha presentato querele alle procure di Milano e altre città, mirando a contrastare la diffusione di teorie e commenti infondati che hanno raggiunto centinaia di migliaia di visualizzazioni.
Tizzoni ha sottolineato come alcune persone stiano sfruttando commercialmente la tragedia, diffondendo affermazioni prive di fondamento, come quella che suggeriva una presunta gravidanza di Chiara Poggi. Queste speculazioni hanno contribuito a creare un ambiente tossico e diffamatorio online.
Il legale ha anche criticato il sistema mediatico che permette la trasmissione di contenuti senza filtri, spesso accompagnati da pubblicità costose, a danno di giornalisti e media tradizionali che operano seguendo regole ben più stringenti. Ha evidenziato la disparità di responsabilità tra chi opera online e i tradizionali organi di stampa, dove un editore risponde legalmente in caso di diffamazione.
Il legale della famiglia di Chiara Poggi denuncia il mercato della diffamazione sui social network.
— LaPresse (@LaPresse_news) May 14, 2026
Aperta un'inchiesta a Milano dopo decine di querele per fermare la diffusione di fake news monetizzate sulla morte della 26enne uccisa a Garlasco.
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Le denunce hanno coinvolto blogger, youtuber e utenti dei social media, spesso definiti 'leoni da tastiera'. Il pubblico ministero di Milano, Antonio Pansa, ha riunito tutte le denunce in un unico fascicolo, che include anche le querelate da parte delle cugine di Chiara, Stefania e Paola Cappa, che nel 2025 avevano già ottenuto una condanna per diffamazione contro il programma Le Iene.