Un silenzio quasi surreale pervade i corridoi del potere a Roma, con le luci di Palazzo Chigi che brillano fino a tarda notte. Un martedì che sembrava ordinario si è trasformato in un vero e proprio campo di battaglia politico, dove ogni parola ha un peso enorme. L'effetto del recente referendum ancora riecheggia nei ministeri, portando con sé un esito che sembra essere stato difficile da accettare per i vertici.
La routine di una giornata cominciata con impegni istituzionali è stata interrotta da un improvviso cambio negli equilibri di maggioranza. Nelle stanze chiave, dove si decide il futuro del Paese, l'atmosfera è diventata tesa, anticipando decisioni complesse. Non si tratta solo di numeri o percentuali, ma di un'atmosfera carica che preannuncia una svolta radicale per l'esecutivo.
Mentre le agenzie rilasciano notizie a ritmo incessante, è evidente che la precedente solidità mostrata sta per essere compromessa dalla pressione degli eventi. Ogni corridoio è teatro di incontri segreti e di una pressione intensa che non ammette repliche, segnando un punto di non ritorno. La tensione aumenta man mano che le prime dichiarazioni ufficiali iniziano a emergere, svelando che la stabilità un tempo ostentata è ormai un lontano ricordo.
Si percepisce l'imminenza di un colpo di scena, un movimento coordinato che sta per rimescolare le carte in gioco. Il destino di alcuni protagonisti della scena politica è ora appeso a un filo sottilissimo, mentre la determinazione della leadership incontra resistenze inaspettate. In questo scenario di estrema incertezza, è stata rilasciata una comunicazione che ha scosso le fondamenta del governo, lasciando tutti in sospeso. I dettagli seguiranno nella prossima pagina.
Martedì sera, in seguito alle dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capa di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha diffuso una nota esprimendo il desiderio che «una scelta simile sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè», apprezzando la «stessa linea di sensibilità istituzionale». Non potendo licenziare i ministri direttamente, Meloni ha utilizzato la formula indiretta «auspico».
Meloni ha quindi lodato la decisione di Delmastro e di Bartolozzi, nonostante fosse stata una scelta da lei indotta; successivamente, ha chiarito di aspettarsi le dimissioni di Santanchè, facendo riferimento ai suoi numerosi problemi giudiziari. Santanchè, una delle figure di spicco di Fratelli d'Italia, il partito di Meloni, ha subito pressioni per mesi affinché si dimettesse, ma solo ora Meloni ha espresso in modo così esplicito questa aspettativa. Fino a questo momento, quando la ministra del Turismo era sotto pressione anche all'interno del suo partito, Meloni si era limitata a fare allusioni ai problemi giudiziari di Santanchè, sostenendo che spettasse a lei valutare se e quanto questi problemi le permettessero di svolgere adeguatamente il suo ruolo.
Le dimissioni di Delmastro hanno complicato ulteriormente la situazione di Santanchè, mettendola in una posizione ancora più difficile. A gennaio del 2025, rispondendo alle pressioni di chi nel partito le chiedeva di dimettersi a causa dei suoi guai giudiziari, Santanchè aveva citato proprio Delmastro, che aveva a sua volta problemi legali. Era stato rinviato a giudizio per rivelazione di segreto d'ufficio nel caso dell'anarchico Alfredo Cospito (per cui fu poi condannato), e Santanchè aveva detto: «Volete le dimissioni di Santanchè perché è stata rinviata a giudizio? Bene. Ma al governo c'è già chi ha un rinvio a giudizio, cioè Delmastro. Si dimette anche lui?».
I problemi giudiziari di Santanchè sono diventati sempre più numerosi e gravi, tanto che il suo stesso partito le ha chiesto ripetutamente, e anche in modo perentorio, di lasciare il suo incarico. Altri membri del governo di Meloni, nel frattempo, si erano dimessi, ma lei no. Attualmente è indagata per il fallimento di Bioera, la società di prodotti alimentari biologici di cui è stata presidente fino al 2021, oltre che per bancarotta per il fallimento della società Ki Group.