L’Occidente ha perso la bussola e se non la ritrova in fretta è destinato a perdersi. Giovanni Orsina sembra parlare da un tempo lontano, con l’orizzonte spostato nel futuro e la profondità di chi non si limita a valutare il presente ma cerca di decifrare gli scenari che ruotano intorno al punto di svolta che stiamo vivendo. È lo storico che si immerge in quella che sta diventando una guerra di civiltà tra liberaldemocrazie e autocrazie, tra chi pensava di poter dare un senso al mondo, con i diritti universali dell’umanità come pietra d’angolo, e chi quel senso lo considera arbitrario e perfino innaturale. È la lunga ricerca di un equilibrio che si è rotto, proprio quando si pensava che la storia fosse arrivata alla sua stazione finale, con la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda. Era invece solo l’inizio di un altro viaggio. Era un’illusione, quella degli anni Novanta.
“Pensavamo che il modello occidentale fosse destinato a espandersi ovunque. C’era una sola superpotenza che si proponeva come garante di una pace basata sui valori di libertà e democrazia. C’era grande ottimismo”, ricorda il professore nel suo intervento al convegno Luiss “La guerra in Ucraina: politica, economia e comunicazione”. La prima grande svolta arriva con l’11 settembre. È l’inizio della stagione della paura. Qualcosa si incrina nelle certezze degli Stati Uniti. C’è l’idea che per difendere quell’equilibrio globale non bastano le parole e le speranze, ma c’è anche bisogno di mostrare i muscoli. “Bush la battezza come guerra al terrore. Non è però ancora una rottura rispetto agli anni '90, perché resta l’intenzione di promuovere il modello occidentale come buono per tutti”. Washington crede ancora nella possibilità di esportare la democrazia, qualche volta arrivando ad usare perfino le maniere forti.