«Mi colpì il fatto che tutti, pur non conoscendo le cause della sclerosi multipla, la studiassero su un modello animale basato sull’ipotesi arbitraria che fosse di origine autoimmune (l’encefalopatia autoimmune sperimentale, ndr): non mi pareva un buon metodo per comprendere davvero la malattia.Studiai ciò che era stato rilevato dell’anatomia del cervello dei malati: in molti casi, fin dai tempi di Jean-Martin Charcot, il neurologo che per primo descrisse la sclerosi multipla, si segnalava che le placche si trovassero sempre al centro di vene cerebrali. Alla fine degli anni Ottanta alcuni ricercatori avevano individuato chiari segni di patologie croniche delle vene cerebrali dei malati di sclerosi multipla; io stesso, osservando vetrini di autopsie, ne trovavo.
Il 29 settembre del 2002 lei eseguì per la prima volta un ecodoppler (ecografia del circolo sanguigno, ndr) delle vene extracraniche in un malato con sclerosi multipla… Vidi che il circolo era difficoltoso e il sangue non scorreva bene. Dalla letteratura scientifica mi resi conto che si conosceva pochissimo della circolazione venosa nelle persone sane, quasi nulla di quella nei malati.
Nella primavera del 2009, viene pubblicato sul Journal of Neurology Neurosurgery and Psychiatry il primo lavoro sulla correlazione fra CCSVI e sclerosi multipla in 65 pazienti; a fine 2009, i primi dati dopo aver “liberato” le vene di quei malati con l’angioplastica percutanea transluminale (o PTA).