Cronaca

Invece di viziarli troppo spieghiamo ai nostri figli il valore della fatica

Viziare troppo i figli fa perdere il valore della fatica.Bisogna far capire loro di dar valore alle piccole cose ed alla fatica necessaria per ottenerle

Camminare con i figli è sempre più difficile, in una emergenza educativa che coinvolge la nostra società.

Pur ammettendo tale emergenza siamo come anestetizzati dalle tante occupazioni che abbiamo, che spesso perdiamo di vista le priorità.

Sì, lo sappiamo quali sono le priorità: poi a fine giornata, nei fatti, tirando le somme, vediamo che le persone o le attività che ci premerebbero di più, spesso sono lasciate in secondo piano a causa del fantomatico “da fare”.

Ma torniamo all’educazione: il rapporto genitori-figli sembra oggi più complicato che mai.

Figli definiti “sempre più svegli”, che maneggiano tablet e pc dalla prima infanzia, giovani immersi nel mondo virtuale, messaggi discordanti provenienti da chi li circonda, scuola con rari insegnanti “guida”, genitori spesso assenti, per finire a essere badati da nonni iper protettivi e pronti a viziare.

In realtà oggi viziano molto anche i genitori, che spesso per sopperire alla loro mancanza si lasciano vincere dal comportamento permissivo e dal voler riempire quel vuoto lasciato dalle ore di assenza con doni vari.

Vediamo anche genitori sempre più spaesati. Antonio Mazzi nel suo libro “come rovinare un figlio in 10 mosse”, ci parla di madri e padri spesso scoraggiati, colpevolizzati da pseudo-psicologi che anziché aiutare li colpevolizzano.

Interessante la sua analisi, che muovendosi in modo insolito, ci evidenzia quei  comportamenti da attuare se si vogliono rovinare i propri figli.

Nel corso di questo viaggio alla scoperta di come danneggiare i nostri eredi, Mazzi non evita di soffermarsi e riflettere sul perché oggi i suicidi tra i giovani siano così in aumento.

Una volta qualcuno mi disse “se una persona arriva a compiere un gesto così estremo significa che non si sentiva più amata da nessuno”.

Non sentirsi amati.

Non vuol dire non essere amati, ma che quel ragazzo, quella giovane, quella persona, è arrivata a una tale disperazione da sentire la solitudine più fredda. La mancanza di amore.

Chiariamoci, non è l’amore della pubblicità o dei film, perché quell’amore è un misto di sentimento e utopia che non si ritrova nemmeno nelle fiabe.

La vita, lo sappiamo, è ben altro che quello che ci propone la tv.

Allora l’amore diventa una realtà applicandolo alla fatica del quotidiano, al vivere insieme giorno per giorno anche quando il lavoro stressa, siamo esausti, nel parcheggio ci hanno ammaccato l’auto, o abbiamo avuto una discussione col collega.

I figli ci sono lo stesso, e ci dobbiamo prendere cura di loro: trovare il linguaggio giusto, addirittura scoprire il loro dialetto, dice Gary Champman, per fargli sentire che sono amati.

Non è rimpinzandoli di cibo o soffocandoli di premure che li amiamo; non è nemmeno lasciandogli fare tutto ciò che vogliono che dimostriamo quanto teniamo a loro, anzi: i giovani sono come l’acqua dirompente: hanno bisogno della terra che li contenga, li accolga, li abbracci; che anche li lasci sfogare, ma che gli dia dei limiti.

Nelle scuole ci sono sempre più casi di genitori in contrasto con gli insegnanti, cosa che fino a un paio di decenni fa era quasi inimmaginabile.

Se un maestro ti dava una nota, a casa venivi ripreso.

Oggi accade che l’insegnante non dia più note per paura di doversi poi trovare genitori urlanti a contestare la “sanzione”.

Bambini cresciuti in serra, dice Mazzi, protetti dal mondo in un mondo che è là fuori e che li aspetta.

Se non li prepariamo fin da piccoli, quando il ragazzo inizierà a ricercare la propria libertà e a entrare in contatto con la realtà, rischierà di restarne sopraffatto se prima non accompagnato gradualmente e adeguatamente.

Per intenderci non possiamo crescere un cucciolo di leone in un appartamento e quando è grande lasciarlo nella savana pretendendo che sopravviva.

Così mi voglio soffermare su un aspetto che oggi è visto in modo molto distorto: la fatica.

Quanti spot ci propongono prodotti per “durare meno fatica”, in un assai incoerente società che ti propone di non durarne per le tue priorità, ma di piegarti e spezzarti  per lo spietato consumismo e per la produttività materialista.

Come insegnare, allora, la fatica ai nostri figli?

Spiegandogliene il valore.

Ecco 10 punti su cui si sofferma Antonio Mazzi:

La fatica aiuta a realizzare le proprie potenzialità.

Quando il nostro lavoro comincia a fruttare, ci sentiamo stimolati ad aumentare gli sforzi, perché intravediamo nuove possibilità. Il successo dà sicurezza in se stessi e la sicurezza facilita ulteriori successi.

 La fatica aiuta ad affrontare la vita.

La vita è dura. Ogni giorno ci pone una scelta: recriminare le difficoltà o combatterle. L’intenzione di mettercela tutta e un atteggiamento positivo sono gli strumenti migliori di cui si possa disporre.

 La fatica fa sentire bene

[ndr: non storcete il naso! Quanti dopo una sana sudata in palestra, o dopo una bella corsa si sentono stanchi, ma meglio?]

Non c’è soddisfazione maggiore di quella che si prova quando si è portato a termine un compito e la consapevolezza di aver fatto del proprio meglio.

 La fatica tempra il carattere.

Nulla ci qualifica meglio della nostra volontà di investire energie. Lavorare con impegno e onestà fa risaltare quanto di buono c’è in noi.

 Con la fatica si guadagna il rispetto degli altri.

Quando facciamo del nostro meglio con costanza, riscuotiamo ammirazione e conquistiamo la fiducia di chi ci circonda. Inoltre la nostra buona reputazione si rinsalda.

 La fatica rafforza l’autostima.

Lavorando sodo acquistiamo maggiore stima di noi stessi. Che i nostri sforzi siano coronati dal successo o no, ogni tentativo compiuto ha su di noi un effetto positivo.  

 La fatica rafforza il significato di ciò che perseguiamo.

Lo sforzo al quale ci sottoponiamo per raggiungere le nostre mete è una delle esperienze più fruttuose della vita. Finché avremo un obiettivo, troveremo validi motivi per alzarci dal letto al mattino.

 La fatica conduce ai risultati migliori.

Quando siamo produttivi, la vita è più interessante e piacevole. L’appagamento è il risultato di un impegno costante e libero da recriminazioni.

 la fatica diventa un’abitudine.

Le buone abitudini sono tra gli ingredienti principali del successo. Le più importanti sono l’onestà, la cortesia e la costanza nell’impegno.

 La fatica è salutare.

Quando lavoriamo duramente, utilizziamo il nostro corpo e la nostra mente in modo positivo, il che è estremamente benefico. Chi sfrutta le proprie energie guadagna salute e longevità.

 [tratto da: “Come rovinare un figlio in 10 mosse – A. Mazzi “]

La fatica, insomma, ci insegna a non essere fragili di fronte alla vita vera, a dare l’esempio ai nostri figli che poco o niente arriva piovuto dal cielo, ma che ogni cosa richiede impegno, dedizione e cura.

Crescendoli in una “serra”, come se il mondo fosse un paradiso terrestre, farà sentire magari bene i nostri bambini durante l’infanzia; ma quando cominceranno ad affacciarsi alla preadolescenza, alla voglia di libertà che li spinge ad uscire da sotto l’ala genitoriale, lì, se non preparati prima, si troveranno a scontrarsi con tutto ciò che di bello, ma anche di brutto, c’è nella vita vera.

E se prima non li abbiamo preparati, rischiano di restare sopraffatti, come il nostro leone, dalla dura legge della savana.