L’11 settembre 2001 segna una data che va ben oltre il semplice ricordo di un evento tragico: rappresenta un punto di svolta storico il cui peso si fa sentire ancora oggi. Quel giorno ha lasciato un segno profondo negli Stati Uniti, nella politica globale e nelle dinamiche che hanno portato all’affermazione del trumpismo.
Mattia Diletti, docente associato di Sociologia dei fenomeni politici alla Sapienza di Roma e studioso della politica americana, ripercorre in un’intervista le conseguenze di quel giorno e gli sviluppi che ne sono derivati, sottolineando come l’11 settembre abbia segnato l’inizio di una serie di scelte strategiche che hanno progressivamente indebolito la posizione globale degli Stati Uniti.
Diletti: "L’inizio degli errori strategici di Washington"
Secondo Diletti, l’attentato ha rappresentato l’avvio di una serie di scelte sbagliate da parte di Washington. Dopo la Guerra Fredda, gli Stati Uniti godevano di un enorme vantaggio politico e strategico, ma quel capitale è stato lentamente consumato.
Dall’Afghanistan all’Iraq: due conflitti con esiti negativi
Le azioni terroristiche dell’11 settembre causarono la morte di 2.977 persone, oltre ai dirottatori. Quattro aerei furono sequestrati: due colpirono le Torri Gemelle, uno il Pentagono e il quarto precipitò in Pennsylvania grazie alla reazione dei passeggeri.
La risposta americana fu immediata e radicale: nell’ottobre del 2001 gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan per colpire al-Qaida e rovesciare il regime talebano che ospitava Osama bin Laden. Nel marzo 2003 fu la volta dell’Iraq.
Diletti definisce queste campagne "due guerre dai risultati fallimentari". Nonostante l’appoggio internazionale iniziale, l’Afghanistan si trasformò in un conflitto senza una strategia chiara di uscita, mentre l’azione in Iraq ebbe ripercussioni profonde sull’intera regione mediorientale.
La guerra in Afghanistan durò vent’anni, fino al ritiro americano nel 2021 e al ritorno dei talebani al potere. Parallelamente, la "guerra al terrore" ha modellato la politica estera e di sicurezza statunitense per decenni.
La scoperta della vulnerabilità americana
Quel tragico evento ha anche rivelato una vulnerabilità inedita per la superpotenza militare mondiale. Diletti sottolinea come per la prima volta gli Stati Uniti si siano percepiti strutturalmente esposti e come la risposta di Washington sia stata soprattutto militare.
Le ripercussioni andarono però oltre il campo di battaglia: negli USA vennero introdotti il Patriot Act, maggiori controlli aeroportuali, la Transportation Security Administration e, nel 2002, il Department of Homeland Security.
Sul fronte internazionale, le guerre, le vittime civili, le operazioni antiterrorismo e il carcere di Guantánamo hanno eroso l’immagine americana, persino in Paesi che subito dopo gli attacchi avevano mostrato solidarietà.
Le “endless wars” e il cammino verso Trump
Diletti individua un legame indiretto tra quel periodo e la successiva trasformazione politica americana culminata con l’ascesa di Donald Trump. Non è l’11 settembre a generare il trumpismo, ma le conseguenze delle guerre successive che hanno alimentato sfiducia verso le élite tradizionali.
Le cosiddette “endless wars”, dall’Afghanistan all’Iraq, hanno creato un forte risentimento: l’idea che le élite di Washington abbiano sprecato risorse e vite senza risultati tangibili si è diffusa tra la popolazione.
Questo malcontento, unito alla crisi finanziaria del 2008, alla globalizzazione e a una crescente sfiducia nelle istituzioni, ha fornito terreno fertile per la proposta politica di Trump, basata sulla rottura con una politica estera percepita come troppo onerosa e una classe dirigente lontana dai cittadini.
Il 2001 e la crescita della Cina
Un altro evento cruciale avvenuto nel 2001 è l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, solo tre mesi dopo gli attentati. Mentre gli Stati Uniti concentravano risorse nella lotta al terrorismo, l’economia globale ha iniziato a spostarsi verso Oriente, sancendo l’ascesa della Cina come rivale strategico degli USA.
Così, il 2001 si configura come un anno spartiacque, segnando sia l’inizio della lunga stagione americana nella guerra al terrorismo, sia la trasformazione economica che ha portato alla crescita della Cina.
Le commemorazioni del 25° anniversario e il ruolo di Trump
Le celebrazioni per il 25° anniversario dell’11 settembre assumono un significato politico particolare. Trump ha scelto di partecipare all’evento al Pentagono, evitando la cerimonia a Ground Zero, dove saranno presenti altri rappresentanti dell’amministrazione.
Diletti ipotizza che questa scelta consenta a Trump di evitare la condivisione del palco con altri leader e rifletta una visione dell’America centrata sul ruolo della forza militare.
Il professore invita però a riflettere sui limiti dell’uso della forza: "La vera lezione è che non tutto può essere risolto con la coercizione. Diplomazia, alleanze e capacità di costruire consenso rimangono essenziali".
L’eredità umana e sanitaria dell’11 settembre
Oltre alle ripercussioni geopolitiche, l’11 settembre ha lasciato un impatto sulla salute di migliaia di soccorritori, lavoratori e sopravvissuti. Le polveri tossiche rilasciate dal crollo delle Torri Gemelle hanno causato patologie respiratorie e tumori.
A distanza di un quarto di secolo, il programma sanitario federale continua a seguire una vasta popolazione esposta a quei rischi, ricordando come l’11 settembre incida ancora profondamente sulla vita quotidiana delle persone.
La sfida della memoria storica
Per molti giovani nati dopo il 2001, le immagini degli attacchi sono solo ricordi mediatici e non esperienze vissute direttamente. Diletti evidenzia il rischio che l’11 settembre diventi soltanto una pagina di storia, sottolineando però l’importanza della memoria per comprendere le scelte e le conseguenze di quel giorno.
Il mondo di oggi è molto diverso da quello di allora: la supremazia americana è meno incontrastata, la Cina è diventata una potenza chiave e le crisi internazionali sono sempre più interconnesse.
In conclusione, Diletti afferma che la lezione più attuale è che «non esistono più nemici semplici ai quali rispondere con soluzioni semplici». Le sfide globali richiedono un approccio combinato di strumenti militari, diplomatici, economici e politici.
Dunque, a venticinque anni dall’11 settembre, onorare le vittime significa anche riflettere sulle scelte fatte e sulle ripercussioni che ancora oggi plasmano il nostro presente.